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Il segreto dei legami leggeri (tempo di wurstel e di minoranze)

Pubblicato da il 15 giugno 2011 3 Commenti

“Se essere genitori fosse un duro lavoro, pensate che gli scimpanzè lo farebbero?”

Questa domanda l’ha posta un educatore, pensando al mestiere di genitori che magari noi (io di sicuro) consideriamo arduo, faticoso, impegnativo, stressante, ma anche  coinvolgente, emozionante, gratificante, pieno, ricco. Continuo?

Il fatto è che i genitori della nostra generazione, noi 30-40enni, ben più di coloro che ci hanno preceduto, viviamo la genitorialità con un senso di responsabilità che è associato spesso all’ansia da prestazione, al senso di inadeguatezza, ma anche alla formazione continua, alle scelte ponderate, costruite, che tengono conto della psicologia dell’età evolutiva e probabilmente di un sacco di pippe (ops!).

Della serie: se allatti tanto o a lungo sei talebana, se non allatti sei una degenerata folle (indipendentemente dai motivi che hai o non hai), se lavori e lo lasci ai nonni stai sicuro che qualcuno ti dirà che sta meglio al nido, se lo lasci al nido e hai i nonni disponibili quelli si offendono, se è cicciottello te lo fanno notare, se è magrino ti chiedono quanto mangia, e se non dorme è perchè tu, cara mia, non sei abbastanza tranquilla e ti devi rilassare (anche se hai altri figi, una casa, un lavoro e varie gatte da pelare).

Oggi, a differenza di un tempo, noi genitori critichiamo insegnanti, pediatri, capi scout, allenatori e siamo a volte dei giudici molto severi.

E’ sempre stato così?

I nostri genitori (io penso ai miei) vedevano la scuola come l’autorità assoluta e indiscussa, a volte senza riconoscere piccole ingiustizie che effettivamente c’erano e aumentando quindi le mie frustrazioni. Ma in fondo c’era un comune sentire, una rete di persone che ruotavano attorno ai bambini che guardava nella stessa direzione, creava continuità educativa, un fronte granitico di riferimento per chi era in crescita: il prete, la maestra, il capo scout, il giornalaio…

Quelle oggi sono delle figure da controllare, che potrebbero minare l’educazione dei nostri bambini, non si sa mai, che li portino a fare/dire/pensare diversamente da noi. Io che sono una brava mamma, che studio, mi documento, mi impegno, voglio tenere sotto controllo tutto. E separo mio figlio e la mia vita dal resto.

Io un po’ mi ritrovo in questa descrizione, magari non in tutto o in modo così esasperato, ma credo che sia piuttosto diffuso questo atteggiamento: per proteggere i nostri figli, per voler loro bene nel modo migliore possibile, finiamo per isolarci un po’, per separare la famiglia dal resto. Magari noi amanti della rete abbiamo altri luoghi di condivisione, ma hanno ancora poca storia e sono solo per noi, non per la famiglia intera.

Vero è che per i nostri figli non ci sono più le stradine, le corti, i campi aperti o gli orti: i bambini giocano solo nei giardini chiusi e nei parchi giochi ben strutturati e con pomeriggi organizzati, sotto il nostro controllo, protetti a vista.

Io non credo di creare barriere e – sinceramente – non sono critica nei confronti delle realtà con le quali mi relaziono oggi come mamma, ma credo che sia soprattutto perchè siamo fortunati: finora abbiamo incontrato educatrici eccezionali sia al nido anche alla scuola dell’infanzia. Come sarebbe se non fosse così? Me ne starei zitta come facevano i miei adattatandosi per riverenza, o partirei in quarta?

E poi, dei bravi genitori bastano a creare bravi figli? E, soprattutto, quali sono i bravi genitori? Quelli che giocano sempre coi loro bambini e che li rendono dipendenti e incapaci di gestire il loro tempo? Quelli che impediscono ai figli di annoiarsi liberamente? Quelli che hanno sempre fretta (tipo io :-( ) ?

La polverizzazione dei legami è una realtà di fatto

L’educatore piuttosto geniale che ho sentito parlare di queste cose diceva che

è tempo di minoranze, di piccoli capannelli, di chiacchiere tra pochi, di prendere in mano piccole relazioni;

tempo di gran mangiate di wurstel nei porticati dei condomini;

tempo di ‘prestarsi’ lo zucchero e il sale.

E’ tempo di prendersi cura delle relazioni che escono dal nostro nucleo famigliare onesto e carino;

è tempo di ridere sulle scale e non aver paura di disturbare.

E’ tempo di accogliere i figli dei vicini quando i loro genitori non ce la fanno più e hanno bisogno di uscire in due, per una volta, altrimenti la coppia scoppia;

è tempo di tenere i pesci dell’amico di tuo figlio, mentre lui è in vacanza,

di andare a scuola in bicicletta o col piedibus, di fermarsi a bere il caffè e di rallentare;

è tempo di co-abitare, ma con leggerezza.

Questi non sono più i legami della parrocchia, o del partito o del sindacato, che ti coinvolgevano tutto dalla testa al cuore, non sono più quelle reti religiose, ideologiche, impegnative, pesanti, fatte per le famiglie in cui uno stipendio bastava per tutto (e si metteva anche via) e restava anche tempo per l’impegno. Io non ricordo che i miei dicessero “siamo sempre di corsa”. Io lo sono tutti i giorni mannaggia!.

Con i legami leggeri a far crescere i bambini è un intero villaggio, senza troppi stress, con una responsabilità condivisa.

In fondo … di chi è mio figlio? Lo posso un po’ spartire con gli altri, per il suo bene?

L’educatore che ho ascoltato su questi temi si chiama Marco Tuggia e ha scritto Non solo di mamma e papà vivono i figli. Lettera ad un genitore della psychologic generation, cioè la nostra ;-).

E’ una strada percorribile? O l’analisi è troppo catastrofica?

Foto credits

3 Commenti »

  • Mammame scrive:

    questa cosa della rete leggera, la trovo bellissima e più mi sembra inconciliabile nel quotidiano con le corse che faccio anch’io – ahimè – , i tragitti, l’organizzazione logistica e di tempi, più mi appare come qualcosa di cui sento sempre più la necessità. non riesco a scendere da questa ruota da criceto…ma sicuramente hai ragione tu, occorrerebbe partire da piccoli cambiamenti quotidiani…

  • Roberta Bertoncello scrive:

    Ho anch’io avuto il piaere di ascoltare Tuggia e mi ha aiutata a trovare una risposta ad una domanda che da tempo mi ponevo:
    Dove corre il tempo e dove stiamo correndo noi?
    Da tempo mi stavo facendo parecchie domane, anzi no, alla fine è una sola: che cosa posso fare?
    Negli ultimi 2 mesi circa mi sono sentita spettatore o meglio osservatore non certo di uno spettacolo, bensì della situazione che mi circonda e mi sono preoccupata, non tanto per me che dovrei essere adulta ed in grado di affrontare i pericoli del mondo, bensì per mio figlio! Ha un sacco di strada da fare, una valanga di scelte da prendere, una montagna di difficoltà da superare e, credo come ogni madre, vorrei poter fare qualcosa perché la vita gli sorrida e lo faccia sorridere sempre: ma che cosa posso fare? In un tempo in cui internet e ben10 mi osservano torvi e pronti a trabocchetti, come posso tutelarlo? Si Certo, dovrà cadere ed imparare a rialzarsi, ma per andare dove? Che cosa gli posso offrire e cosa gli offrirà il nostro Paese, le nostre istituzioni scolastiche, la nostra società?
    Da sempre mi sento dire “bambini piccoli, problemi piccoli, bambini grandi, problemi grandi” bene allora mi devo terrorizzare al pensiero che cresca e quindi ecco perché da sempre mi dicono “I xe da godere finchè i xe picoli perché dopo…”
    Ma che succederà?
    Perché mia madre non aveva questo terrore? Eppure ha avuto 4 figli che crescevano, nei mitici anni 70 degli spinelli! Forse non mi ha mai dato a vedere le sue ansie? A pensarci bene le aveva ma la differenza tra lei e me è probabilmente che il futuro forse era meno ombroso?
    Credo davvero di essere giunta ad una risposta, o meglio di aver trovato un punto di partenza per aiutare mio figlio a trovare una società migliore in cui crescere, fare esperienze, imparare a diventare adulto. Devo iniziare ad essere più società io stessa con gli altri. Una volta ho visto un film in cui una bimba insegnava il “passa il favore” e ricordo mi era piaciuto molto perché trovavo l’idea semplice e realizzabile, e credo di averlo anche fatto nella mia vita, ho passato il favore e ho avuto il piacere di rivederlo passare…ben due eventi positivi! E perché non devono essere di più?
    Se voglio una società migliore, in cui ci sia serenità tra le persone, dialogo con i vicini, chiarezza nella scuola, rapporti di amicizia, posso cominciare a farlo io; di sicuro qualcuno mi seguirà e anzi troverò altre persone che già lo fanno!
    Dobbiamo ripartire da noi, dalle cose semplici, dalle persone che ci stanno vicine, ritrovare il calore della famiglia, il tempo per gli altri, in fin dei conti “ gli altri siamo noi!” e anche se La frase esce da una canzone mi sembra che l’autore abbia avuto un’ottima e lungimirante intuizione.
    Gli africani pensano che “Per crescere un bambino serva un intero villaggio” ed è proprio questo di cui abbiamo bisogno, di ritrovare i nostri villaggi, per i nostri figli e per noi.