Il primo respiro, tra natura e cultura
Molta emozione, di quella che ti fa stringere le gambe e che, se sei madre, ti riga il volto di lacrime. È questo che ci regala Gilles De Maistre, attraverso la voce di Isabella Ferrari, raccontando i parti di dieci donne in dieci diversi paesi, avvenuta in occasione dell’eclissi di sole del 29 marzo 2006.
Tutta la storia è raccontata in attesa dell’istante della luce, l’istante in cui la madre dà alla luce.
Ne Il primo respiro (2007) è “buona la prima”. Poca scenografia, molta improvvisazione perchè i figli nascono una sola volta, non si può ripetere per la telecamera. L’intento è quello di far riscoprire la naturalezza del parto, in tutta la sua potenza, la sua forza e al tempo stesso la sua dolcezza.
Protagoniste le madri di dieci paesi, etnie, culture differenti: emozionate e consapevoli, ansiose e forti, deboli nel dolore – raccontato solo dai loro volti e sempre con un silenzio un po’ anomalo – ma creative con la loro energia. La nascita è il mistero, De Maistre la racconta con lirismo e passione.
È forte il contrasto tra i parti medicalizzati in Vietnam, dove tu madre sei un numero, sei sola, sei assistita in un modo così freddo da farti sentire abbandonata e i parti nella natura, in acqua coi delfini, in una foresta nel nord degli Stati Uniti attorniata da amici che cantano con te, nel deserto con un esito drammatico che lascia – per forza – qualche interrogativo.
Il regista sposa la causa del parto libero, nella natura e come natura vuole, mostrando delicatamente i rischi di una procreazione senza aiuto medico anche laddove un intervento sarebbe necessario.
È d’obbligo una riflessione.
Qual’è il limite della natura dove c’è a disposizione la scienza medica? Perchè considerare necessariamente invadente la medicina?
Una cultura antropologica può portare a vivere la procreazione in modo rischioso per la madre e per il bambino ma in molte culture non c’è una concreta alternativa. E allora è comprensibile l’amara consolazione del “da che mondo è mondo le donne partoriscono così”. Altre volte leggi ottuse obbligano le madri a partorire all’ospedale ma i reparti maternità sono inadeguati ad accogliere la vita perchè disumani e affollati e perchè trattano il parto come una malattia, non come la vita che prorompe.
Fino a che punto arriva la libertà di scelta della madre e dove inizia il diritto del figlio?
È un diritto della madre e del figlio avere l’aiuto medico di cui hanno bisogno. Privarsene deve restare una tragico avvenimento senza reali e concrete alternative non una possibilità tra le tante.







